venerdì 29 giugno 2018

La leggenda del Re

Il monte Pisanino (1947m) visto dal Pizzo d'Uccello (1781m)
Al centro, come un'immensa radice, la costola Ovest sale dai verdi prati della Val Serenaia fino alla Bagola Bianca (antecima NO, 1809m). A sinistra la cresta Nord prosegue fino a La Forbice (antecima N, 1677m). A destra svettano il Pizzo maggiore e il Pizzo di mezzo, fra gli Zucchi di Cardeto.

La leggenda del Re

Nota dell'autore.
Anche se questa storia poggia le sue fondamenta sulla reale leggenda, per quanto una leggenda possa esser reale, è stata da me rivista e "romanzata" ed ogni riferimento a fatti, luoghi o persone reali è del tutto casuale.
A.M.



   Sfuriava la notte nella battaglia violenta e sanguinosa. La vita della madre era già stata presa dagli invasori, intenti a urlare e sputare, saccheggiare e distruggere, stuprare e uccidere.
   Nel caos, il padre era riuscito appena a tirar via il figlio, senza che li vedessero. Nessuno seppe mai perché proprio con la loro famiglia s'accanirono in quel modo, al punto da dar via quella caccia senza precedenti.
   Fuori, la luce scarlatta del fuoco dipingeva un crepuscolo artificiale sulla linea dell'orizzonte. La città era perduta. Pisa era in fiamme. Con la mano del figlio stretta nella sua, il padre si allontanò nell'oscurità.
   Marciarono per giorni, settimane. Attraverso le foreste più fitte e le montagne più elevate. L'inverno più rigido che si ricordi si avvicinava con furia, e i suoi venti freddi frustavano veementi le valli garfagnine. Perennemente braccato, il padre stava attento alle tracce seminate, le faceva sparire. Col latrato dei cani da pista che echeggiava incessante alle loro spalle. Faceva camminare il figlio finché ci riusciva, poi lo portava in braccio fino a quando anche a lui rimanevano forze in corpo. Mangiavano quello che trovavano e i pochi animali che l'uomo riusciva a cacciare. Il ragazzo si impegnava per aiutare il padre, dandogli il cambio quando aveva bisogno di qualche ora di sonno, o procurandosi dell'acqua dai torrenti.
   Ed era proprio lì, chino su quel tortuoso, piccolo rio, i piedi sprofondati nell'acqua gelida, le mani che immergevano la ghirba di cuoio. Le grida lo colsero di sorpresa, nel misterioso silenzio di quel mattino. Il sole era appena sorto e i raggi si libravano tremolanti tra le fronde spoglie dei castagni. Aveva lasciato suo padre nel bivacco improvvisato tra rami secchi e foglie imbrunite e seccate, si era addormentato da poco. Il sangue gli si gelò nelle vene quando le grida cessarono d'un tratto. E capì.
   Gli uomini si rigirarono, con le mani ancora sporche di sangue. La caccia era terminata, come se non sapessero dell'esistenza del figlio, o non gli interessasse. Li avevano inseguiti per mesi, e adesso che avevano trucidato anche il padre, se n'erano tornati indietro. Il ragazzo sentì letteralmente il peso del cosmo che lo schiacciava, mentre la solida roccia gli si sgretolava sotto ai piedi. Si sentiva soffocare, come se i polmoni non riuscissero a gonfiarsi dentro a quella minuta e compressa gabbia toracica. Non faceva un pasto decente da molto tempo, il panico s'impadronì del suo giovane corpo, provò a correre, ma non appena vide il cadavere l'urlo che voleva lanciare gli si ruppe in gola, finché, scosso da violenti convulsioni, perse i sensi.
   Fu dura. Fu molto dura per il ragazzo che dovette diventare uomo molto prima del previsto. Ripeteva ciò che aveva visto fare al padre per procurarsi il cibo, mentre, non sapendo dove andare, continuava a marciare verso Nord, come gli aveva insegnato. Perché l'istinto glielo ordinava. L'istinto di sopravvivenza. Ma il cibo scarseggiava, e nella loro disperata fuga si erano spinti troppo oltre, troppo lontano da altri villaggi o città. Smunto e scarno, indebolito e avvilito, alla fine il ragazzo si ammalò. Camminava e camminava. Per giorni e notti. Di tanto in tanto mangiando un frutto o, quand'era fortunato, uno scoiattolo. Allo stremo delle forze raggiunse una verde vallata. Al centro, da una piccola casa di sassi saliva una biancastra lingua di fumo, mentre mucche e pecore pascolavano tutto intorno. Di nuovo, quando il ragazzo bruciò le ultime energie nel tentativo di lanciare un grido, svenne, rovinando a terra.
   Il pastore lo raccolse il giorno seguente, quando il cane richiamò la sua attenzione abbaiando contro il corpo esanime.
   Mi chiamo Anna, e tu?
   La ragazza lo guardava negli occhi, evidentemente rincuorata dal suo risveglio. Il ragazzo non rispose. Il pastore lasciò che la figlia lo accudisse, vista la prossimità delle loro età. Lei gli parlava sempre, e lui rispondeva solo a monosillabi. Tutto quello che riuscì a estrapolargli fu la notizia che era fuggito da Pisa, mesi prima.
   Le settimane continuavano a passare, mentre ormai l'inverno era giunto al suo apice. La ragazza gli stava sempre vicino, prestandogli le migliori cure, ma lui non migliorava. Il suo corpo era stato troppo indebolito. Tra i due nacque quella cosa che poi è l'amore, ma erano entrambi troppo giovani per capirlo. Quel che era certo per Anna era che quella non poteva essere una semplice amicizia. Passava la maggior parte delle sue giornate insieme a lui, e quando non lo faceva, perché lui dormiva, o aveva la febbre troppo alta, lo pensava sempre. Il padre se n'era accorto, così come si era accorto delle condizioni del ragazzo, che andavano sempre peggiorando. E ci aveva provato, a prepararla. Ma lei non sentiva ragioni. Sarebbe guarito, senza se e senza ma. Perché lei ci teneva troppo, e non era possibile che, adesso che lo aveva trovato, avrebbe dovuto perderlo.
   Morì in una mattina di disgelo. I passerotti svolazzavano e saltellavano nelle pozzanghere, i loro canti permeavano l'aria densa dell'alba. Il pastore abbracciò stretta la figlia, e per nascondere la lacrima che gli brillava sotto l'occhio, torno spedito a governare le bestie.
   Lo seppellirò sulla Caranca.
   Era uno slargo della vallata, dove gli alberi avevano deciso di non crescere. La ragazza rimase come ingessata. Il volto paralizzato in un'espressione priva di anima.
   Quando fu finita, il pastore disse due parole mentre conficcava una rudimentale croce di legno nella terra smossa. Poi tornò verso casa.
   Non tardare, piccola mia.
   Non lo farò, papà.
   La ragazza rimase da sola. L'imbrunire cominciava ad avvolgerle le spalle.
   E così è qui che resterai per sempre, mio piccolo pisanino. Ed è qui che verrò sempre a ricordarti.
   E allora, finalmente, cominciò a piangere. E da allora ogni volta che tornava a trovarlo piangeva. Non gli diceva niente, piangeva e basta. Per ore e ore. Per giorni interi. Si accorse che le lacrime quando cadevano a terra si calcificavano, tramutandosi in piccoli sassi. E il mucchio di sassi aumentava, e si amalgamava, diventava roccia, marmo. E cresceva. E più cresceva e più lei piangeva. Inginocchiata sulla montagna che s'innalzava sotto le sue ginocchia.
   Oh, guarda, amore mio. Siamo più in alto di tutte le altre vette.
   Da quel giorno Anna smise di andare a piangere su quella vetta, che era divenuta alta abbastanza per commemorare il suo Pisanino. 1947 metri.