martedì 24 luglio 2018

Oh Partigiano, portami via...

Panorama dalla vetta del monte Altissimo (1589m). In alto a sinistra il monte Folgorito (911m) da cui inizia la cresta che, attraverso il monte Carchio (1082m), -completamente dilaniato dall'attività estrattiva- il passo e il monte Focoraccia (1149m), il passo del Pitone e il passo della Greppia, raggiunge infine il passo degli Uncini e la vetta dell'Altissimo. In primo piano la cresta degli Uncini. Proprio da questa cresta passava la Linea Gotica difesa dai soldati tedeschi.



Premessa

Nel 480 a.C., durante la seconda invasione persiana della Grecia, fu combattuta, da un'alleanza di poleis greche guidata dal Re di Sparta Leonida I, una feroce battaglia contro i soldati dell'Impero persiano di Serse I, che prese il nome di “Battaglia delle Termopili”. Mentre gli ateniesi ostacolavano l'enorme flotta di Serse nella battaglia navale di Capo Artemisio, facendoli attraccare e incanalare nel passo delle Termopili, unico punto d'accesso per la Grecia centrale, un esercito greco di circa 7000 uomini marciò verso Nord per cercare di arrestare l'avanzata dei persiani. Nonostante la fortissima inferiorità numerica (si narra che l'esercito di Serse fosse composto da diverse centinaia di migliaia di uomini), i 300 Spartani a capo dell'esercito greco, respinsero le ondate di attacchi persiani sfruttando la loro superiore abilità in combattimento e i vantaggi offerti dalla stretta fessura nelle rocce del passo, e resistettero per tre giorni. Finché un abitante del luogo di nome Efialte rivelò ai persiani l'esistenza di un “sentiero” segreto per aggirare le Termopili e, dunque, i greci. Quando Leonida ne fu informato fece allontanare la gran parte dei 7000 uomini e rimase a combattere con i 300 spartani, 700 tespiesi e 400 tebani. Aggirati, in inferiorità numerica e stremati dai tre giorni di guerra, i greci combatterono gloriosamente fino alla morte, in nome della libertà greca.

Nel parallelismo inverso i tedeschi interpretano sia la parte dei greci, che difendono il “passo” e sono superiori in combattimento, sia quella dei persiani, i barbari invasori che hanno controllato e minacciato la nostra libertà per molti anni.



Nota dell'autore
Fatta eccezione per i personaggi di Tom Ford e Giulio, che sono il frutto della mia fantasia, i nomi e le date fanno riferimento a fatti e persone realmente esisiti.
A.M.



-Smettila.
-Non sono io. È quel negro.
-Ho detto smettila.
-Ma che cazzo! Ti dico che è lui!
-Hey, amico! Man! Tu, sì, dico a te. Stop, ok?
Il Buffalo annuì. Da mesi non facevano altro che annuire, e poi continuavano a fare come gli pareva. Ma, in fondo, come si poteva anche solo pensare di biasimarli. Combattevano una guerra che non gli apparteneva perché venivano costretti da una patria cui erano loro a non appartenere. E non certo per loro volontà. Erano gli anni in cui avevano i loro locali, i loro autobus, i loro bagni pubblici, le loro fontanelle d'acqua. E i loro divieti. Non gli era permesso neppure di camminare sui marciapiedi, nel loro paese. Certo, i tedescacci erano peggiori, loro li spedivano nei campi di concentramento gli ebrei e i negri, e i froci, invece lo zio Sam aveva ben pensato di spedirli al fronte, i negri. Già, quei poveri cristi non avevano colpe, se non quella di aver la pelle più scura. Da otto mesi presidiavano la zona della valle del Serchio. Tentavano assalti flosci, demotivati, tanto per far vedere che, in fondo, facevano la loro parte. Buffalo soldiers. Così li soprannominarono i Comanche, alla fine dell'ottocento, per l'abilità in combattimento, o per gli scuri capelli riccioluti che ricordavano il manto del bisonte, o magari per entrambe le cose. Abilità che se n'era andata insieme alla motivazione.
-Andestend?
L'uomo di colore continuava ad annuire, scoprendo i denti in un timido, insicuro sorriso. Il partigiano si accorse che li stava battendo per il freddo.
Stop, ok? Ci farai scoprire, cazzo.
Gli passò una coperta di lana tutta macchiata di sangue e fango.
La linea difensiva reggeva da più di un anno, nonostante l'inferiorità numerica e gli armamenti che iniziavano a scarseggiare. Non si poteva proprio negare, quei cagnacci di nazisti ci sapevano fare. Duri come le rocce di marmo che occupavano e scaltri come le volpi che cucinavano al freddo. I crucchi la chiamavano Gotenstellung, gli alleati Gothic line. Quel cane di Kesserling aveva affidato la sua costruzione all'organizzazione Todt, nel '44, un milione e mezzo di ragazzi costretti ai lavori forzati per evitare i campi di concentramento. Il feldmaresciallo sperava che la Linea Gotica avrebbe rallentato l'avanzata degli alleati verso nord, ed ebbe ragione. Partiva dalla provincia di Apuania (oggi Massa-Carrara) e si arrampicava lungo le montagne delle Alpi Apuane, le colline della Garfagnana, l'Appennino Modenese e Bolognese, l'alta valle dell'Arno, del Tevere e dall'Appenino Forlivese per finire agli approdi difensivi di Rimini e Pesaro. Un fronte lungo più di trecento chilometri divideva l'Italia in due, esattamente tra quella liberata e quella ancora occupata dal nazi-fascismo, sfruttando le asperità naturali di montagne, boschi e fiumi.
I partigiani combattevano e scappavano, e ogni volta che un soldato tedesco perdeva la vita folli rastrellamenti e rappresaglie portavano a tremendi eccidi. La Versilia veniva dilaniata da una guerra che sulla carta era già finita. Lucca era stata liberata nel Settembre del '44, mentre a fine anno ci fu il devastante attacco a sorpresa dell'esercito italo-tedesco proprio al novantaduesimo Buffalo, che per due giorni abbassò il fronte della Linea di quasi venticinque chilometri e causò migliaia di morti, obbligando gli alleati ad una feroce ritirata. Ma gli uomini scarseggiavano per i crucchi, quindi dopo il terzo giorno rientrarono, ripristinando il fronte sull'originale Linea Gotica. L'inverno trascorse tra il freddo e la fame in una sorta di pausa. I tedeschi volevano i paesi sgombri, così la popolazione era costretta al riparo sulle colline. La vita era molto dura.
Il Buffalo si chiamava Tom. Tom Ford, disse. Bene, io sono Giulio. Stei uit mi e vedrai ok. Resta con me. Andestend? Era difficile trovare un partigiano che sapesse parlare in inglese, quindi le conversazioni erano sempre così improvvisate.
Erano un piccolo drappello formato da una decina di partigiani e dodici uomini della novantaduesima Buffalo. Giulio e altri amici avevano trovato il sentiero. Dalla cima del Folgorito i crucchi sparavano su qualsiasi cosa si muovesse, rendendo la salita impossibile. Ma non avrebbero sparato sul sentiero, perché invisibile dalla postazione. La zona era sorvegliata soltanto da un migliaio di soldati italo-tedeschi, e stavolta, cazzo, avrebbero potuto farcela per davvero. Una volta sfondata la Linea sarebbe tutto finito.
-Cosa aspettiamo ancora?
-I Nisei, stanno arrivando.
-I giapponesi?
-Proprio loro.
-Ed è un bene, vero?
-Certo che lo è!
Ichi, ni, san, shi, go, roku... tutti sapete contare in giapponese, no? Semplicemente, ni viene dal numero due, e sei significa generazione. Quindi, quando gli Issei ovvero la prima generazione di giapponesi (Ichi + sei) residenti fuori dall'Asia, fanno un figlio sul suolo estero, esso viene considerato un Nisei, se i nisei avranno a loro volta un figlio, allora questi prenderà il nome di Sansei, e così via, mischiando i numeri alla parola sei. La Compagnia A del 100° Battaglione del 442° Regimental Combat Team dei Nisei statunitensi, comandati dal sergente Genro Kashiwa, puntava dritta al randez-vous coi partigiani che avevano trovato il “Sentiero”.
Era la notte del 5 Aprile, faceva ancora freddo sulle colline di Montignoso. La squadra raggiunse il drappello, mentre nello stesso momento, sulle colline di Ripa di Seravezza, sul monte Canala ribattezzato “Georgia Hill” dai Buffalo che ci morivano da mesi senza concluder niente, altri Nisei sferrarono un violento attacco ai tedeschi. Con successo.
-Radio, airplanes, boom boom!
-Ok.
Gli occhi di Giulio e degli altri brillarono nell'udire quelle poche, infantili parole. Parole divertenti, anche, che racchiudevano però un'importanza definitiva. Informavano loro tutti che per l'attacco disponevano di supporto aereo. Gli uomini, adesso qualche centinaio, si misero in marcia lungo il sentiero. Vicini alla vetta alcune sentinelle sorvegliavano la zona a piedi. I partigiani caricarono i fucili e Giulio fece per uscire allo scoperto pronto a sparargli. Per fortuna i nisei lo fermarono in tempo.
-Shhh. Silence!
-Cosa?
-Look.
Due nipponici si diressero verso le sentinelle nell'ombra. Era impossibile sentirli o vederli. Il vento muoveva le piccole foglie dei castagni, spuntate da poco. Le ombre scivolavano da un tronco all'altro, da un cespuglio ad un masso, nel silenzio ovattato di quella fredda notte. Erano dei ninja in azione. Aggirarono i tedeschi e in un lampo gli conficcarono dei pugnali nelle gole. Morirono in muti gorgoglii e il sergente Kashiwa si rivolse a Giulio:
-Silence. No allarme, ok?
-Ho capito.
Proseguirono liquidando altre due squadre di sentinelle, e quando furono in contatto visivo con la postazione di vetta, il sergente ordinò l'attacco dei bombardieri. I crucchi furono colti di sorpresa e dilaniati dalle bombe e dai proiettili delle mitragliatrici. Gli uomini partirono all'assalto e con la battaglia che durò per tutta la notte, s'impadronirono del Folgorito e subito dopo anche del monte Carchio, assicurando così una breccia fondamentale nella conquista della Linea Gotica.
I Buffalo ritrovarono una sorta di motivazione nell'imminente conclusione del conflitto, e combatterono valorosamente fino alla fine della guerra. E Tom Ford non tremava più adesso. Mentre teneva premuto il grilletto della sua mitragliatrice stava ben fermo, una statua scolpita nell'ebano. Una sorta di bavetta gli aveva imbiancato gli angoli della bocca. La ferocia e la violenza che gli scaturivano dal volto mentre trucidava quei bastardi nazisti erano l'emblema della sofferenza che per tutti quegli anni lui e milioni di altre persone avevano subito. Uccise molti più nemici di tutti gli altri.
-Man!
-…
-Hey man! Giulio provava a chiamarlo, nel frastuono della guerra.
-Hum?
-Grande!
-What?
-Grande! Sei un grande!
-Grande, yeah grande!
Le parole giungevano frammentate tra le esplosioni di tutti quei proiettili.

Ci vollero poi alcuni giorni per liberare definitivamente Montignoso, l'8 aprile; Massa, il 10; e Carrara l'11. Da quel momento la Linea Gotica si sarebbe sgretolata, sotto la sempre più incontenibile avanzata degli alleati, fino al 1 Maggio, giorno in cui, dopo la morte del Fürer il giorno precedente, e di Mussolini il 27 Aprile, l'esercito tedesco dichiarerà la sua resa incondizionata, ponendo definitivamente fine alla guerra in Italia.

giovedì 19 luglio 2018

Sul Cavallo senza saperlo


Sul Cavallo senza saperlo


L'imponente "vela" di roccia del monte Cavallo, che delle quattro "gobbe" rappresenta la più elevata, raggiungendo quota 1895m. La foto è scattata durante la discesa dalla cima Nord.


NOTA DELL'AUTORE
Questo racconto, sebbene ampiamente ispirato al reale andamento storico, ne rappresenta una interpretazione libera. Vi ricordo dunque che ogni riferimento a cose o persone reali è del tutto casuale.
A.M.



   Quella notte non riuscì a dormire, con il caldo ed il vento che sbatteva le finestre e tutto il resto. Si domandò a lungo se questa volta ci sarebbe riuscito o se avrebbe fallito come le ultime due. Rigirandosi fra le lenzuola inumidite dal sudore, impiegò molto tempo a trovare una posizione adeguata.
   L'anno è il 1894, e il mese quello di agosto. Il caldo torrido ha raggiunto anche il piccolo abitato di Resceto. Persino il vento che, talvolta violento, attraversa tutta la casa non è sufficiente a placare la sudorazione.
   Con le prime luci dell'alba si alzò l'ingegnere. Era il periodo delle grandi esplorazioni in Apuane, anche se ormai nella sua fase conclusiva. L'uomo adorava trascorrere le sue vacanze giù in Toscana, lontano dalla frenesia milanese. Mangiò del pane con un tocco di formaggio di pecora e della frutta, poi prese lo zaino e si mise in cammino. L'altra squadra aveva affittato un piccolo rudere di rimpetto alla casa. L'ingegnere seppe dall'anziano del posto che non sarebbero partiti per il troppo caldo, e la notizia rinforzò le sue buone speranze. Era solo.
   Raggiunse senza fatica il passo della Focolaccia, percorrendo la ripida lizza del Padulello. Adesso il suo obiettivo si stagliava nitido di fronte ai sui occhi. Nel frattempo il sole si alzò, sparpagliando calore fin nei punti più remoti della zona. La "missione" era chiara, con partenza da Resceto, prima traversata integrale da Sud del monte Cavallo e arrivo a Piazza al Serchio.
   Attraversò la Forcella di porta e iniziò a salire il ripido versante Ovest, tra l'infido paleo e le lisce placche di marmo. Era il punto più facilmente attaccabile della montagna, si riusciva a salire fino alla sella che separa le ultime due quote. Il caldo si faceva sempre più opprimente. L'ingegnere si affacciò sulla cima Sud e da lì intraprese la lunga cresta che attraversa le quattro vette.


Dalla vetta principale (1895m), uno sguardo verso Sud. Davanti a noi la cresta che attraversa le ultime due quote (1871 e 1850m) e poi precipita al Passo della Focolaccia (1642m), devastato dalla cava. La stessa cresta risale poi il dorso del monte Tambura (1891m), da cui un'altra cresta (N-E) ci conduce alla Roccandagia (1717m). Sulla destra invece Alto di Sella (1725m) e monte Sella (1736m) e, lontana sullo sfondo, la Pania della croce (1859m).

Il caldo lo mise a dura prova e molteplici furono le volte in cui desiderò esser rimasto con l'altra squadra. Raggiunse la seconda quota, una splendida onda di roccia scistosa, le cui lastre frastagliate ricoprivano un cuore di marmo purissimo. Dalla cima la vedeva perfettamente. La vetta del monte Cavallo, che alzava più di 1030 braccia. Ancora nessuna ascesa documentata, avrebbe potuto essere il primo, ma il caldo lo aveva letteralmente sfinito. E poi avrebbe ancora dovuto raggiungere Piazza al Serchio, dove lo aspettavano gli altri del CAI. Ci mise un bel po', ma alla fine si rassegnò al fatto che la traversata finora compiuta fosse comunque un grande traguardo, molto più importante della sua prima, storica ascesa al monte Procinto di quindici anni prima. Così, dalla sella tra le prime due quote, raggiunta con difficoltà dettate dalla stanchezza, decise di scendere per il canale Cambron e proseguire verso la sua destinazione.
   L'altra squadra, ovvero i fratelli Oscar e Alfredo Dalgas di Livorno, non riuscirono a salire in quell'anno, per svariati motivi. E non ci riuscirono fino a tre anni dopo, quando, il 20 luglio del 1897 raggiunsero, dopo vari tentativi la sella tra le prime due quote, e da qui le toccarono tutte e due, documentando così la prima ascensione alpinistica al monte Cavallo.
   Per molti anni si ritenne che la cima Nord rappresentasse la vetta più elevata del monte, finché le nuove tecnologie non hanno permesso di stabilire che fosse più alta la seconda, con i suoi 1895 metri, contro i 1881 della prima. L'ingegnere, Aristide Bruni, però, non lo seppe mai. A lui fu in seguito intitolata la ferrata del monte Procinto, che passa proprio lungo la via della prima ascensione da lui aperta. La prima ascensione al Cavallo rimane quindi ai fratelli Dalgas, anche se il primo a raggiungerne realmente la vetta, ma senza saperlo, fu Bruni, che se la lasciò alle spalle avvilito.


Dalla cima Nord, la meravigliosa "vela" di roccia e le altre quote che compongono l'affilata cresta del monte Cavallo. Dalla selletta all'inizio della vela, scende verso sinistra (Est) il Canal Cambron.

venerdì 6 luglio 2018

La vendetta divina

La Pania secca (1711m). Il suo brullo e imponente versante O e la via "normale" lungo la cresta O-SO, vista dalla vetta del naso dell'Omo morto (1679m).


La vendetta divina


    Guardava lontano, davanti a sé. In un'ipnotica litania verde, i lunghi fili di paleo danzavano mossi dalla brezza del tramonto. Grandi nubi scure salivano da sud e i fulmini solcavano il cielo in orizzontale, come severe sferzate punitive. L'altopiano erboso si distaccava nettamente dalla vicina Vetricia, rocciosa gobba dilaniata dall'erosione.
    Il vecchio si reggeva al suo bastone di castagno, era lungo quasi più di lui e sulla parte alta c'era intagliata la testa cornuta di un ariete. Le sue bestie pascolavano libere sul vasto, ricco altopiano, mentre i cani correvano loro intorno all'impazzata nel tentativo di tenerle unite. I campanacci, che di tanto in tanto si dimenavano al collo dei mufloni, costituivano l'unico suono distinguibile tra i tuoni lontani e il fruscio del vento nell'erba. Il silenzio che avvolgeva questa debole melodia era ovattato e carico di elettricità.
    L'uomo guardava un punto fisso, alle pendici nord-ovest dell'Omo morto. Seguiva un movimento. Una macchietta bianca che si spostava indecisa tra le foglie di paleo.
    Dicono che sia Lui.
    Non ti ho sentita arrivare.
    Dicono che quello sia proprio Lui, giù in paese.
    Chi, quello là?
    Già.
    Ma via. Non esser ridicola.
    La donna si voltò, e senza dir niente tornò verso la piccola casa di pietre. L'uomo rimase ad osservare. Da qualche giorno ormai lo teneva d'occhio. Veniva fuori nel tardo pomeriggio, appena prima del tramonto, salendo dal vecchio passo degli uomini della neve. Se ne stava lì tra i prati, ad accarezzare i fiori e le piante e gli animali selvatici, che stranamente adoravano ronzargli intorno. Indossava una lunga veste bianca, che gli lasciava scoperti i piedi, scalzi. I sandali se li toglieva non appena li affondava nell'erba. Erano calzari di cuoio fine, assolutamente inadatti al suolo montano. Ma con quella camminata così... all'uomo non veniva in mente la parola giusta. Così... leggiadra. Ecco. Sembrava quasi che fluttuasse, o che con la stessa difficoltà avrebbe potuto camminare sul pelo dell'acqua.
    Ma non scherziamo.
    Il pastore pronunciò queste parole ad alta voce, prima di richiamare le bestie per il rientro.

    Il giorno seguente stessa scena. Il vecchio curvo sul suo bastone che osservava incessantemente quel giovane sbandato. C'era qualcun altro però. Ci mise un po'. La vista gli stava calando, come l'udito. Gli ci vollero una decina di minuti e dovette pure avvicinarsi. A questo punto però non ebbe più dubbi. Era sua moglie. Parlavano mentre camminavano, a piedi nudi nell'erba. Sembravano felici. La chiamò, piano dapprima. Si rese conto che non avrebbe potuto sentirlo, dunque gridò. L'eco striminzita della sua voce leggermente stridula rimbalzò ai piedi della Pania, dissolvendosi lungo la Borra Canala. Ma la donna ancora non lo sentì. Allora il vecchio richiamò le bestie e tornò verso casa.
    Cenarono in silenzio. L'uomo strappava pezzi pane e se li ficcava in bocca con irruenza, masticando con la bocca aperta. I suoni disgustosi della cena pervadevano la piccola stanza, nell'imbarazzo di lei e nel disinteresse di lui. Poi parlò.
    Che ci facevi con quello?
    Lo conoscevo. È una persona magnifica.
    Certo.
    È Lui. Ne sono certa.
    Non voglio più sentirti. Sta' zitta.

    Adesso l'uomo guardava più intensamente. Come se cercasse. Si era recato al suo punto di osservazione con largo anticipo. Quando comparve il giovane, gli andò incontro.
    Non voglio più vederti qua.
    È forse tuo l'intero alpeggio?
    Sì. E non ti voglio più vedere. Vattene via.
    Il vecchio impugnava il suo bastone allo stesso modo di quando un lupo minacciava di avvicinarsi al suo gregge.
    Va bene, me ne andrò.
    Vattene via e non tornare mai più. Impostore!
    Mi servirà dell'acqua, per andarmene. Sono arrivato a piedi.
    Non ne avrai. Va' via!
    Ma tu ne hai in abbondanza. Guarda quant'è ricco il tuo altopiano.
    Allora il vecchio si sfilò la borraccia e faticò per aprirla. Il giovane tese le mani, e l'uomo fece per porgergliela, ma quando l'ebbe quasi presa il vecchio la scosse, rovesciandone tutto il contenuto per terra.
    Vattene via, ho detto.
    Va bene.

    Il giovane si rigirò, chino sui suoi passi. Era visibilmente abbattuto. Scese giù per il sentiero scivolando nei suoi sandali di pelle, e nessuno lo rivide mai più.
    Cosa hai fatto?
    L'ho mandato via.
    Cosa hai fatto! Gli gridò in faccia la donna, piangendo.
    Più tardi, quella notte, l'uomo si alzò poiché non riusciva a dormire. Il cielo lampeggiava di fulmini lontani e silenziosi. Osservava le stelle attraverso il vedo-non-vedo delle nubi che scorrevano. Gli prese un mezzo infarto quando la sentì. Era una voce profonda e severa. Gli incuteva un timore viscerale che l'uomo non riusciva a spiegarsi. Rimbombava nella notte e l'uomo temeva che avrebbe scatenato qualche frana di roccia.
    Tienitela la tua acqua, ne avrai in abbondanza.
    Le parole suonavano minacciose e rigurgitanti d'ira. Avevano il suono della vendetta, aspra e dolorosa.
    E goditela. Perché poi non ne avrai mai più. Quello era mio figlio.

    Tornato nel letto, l'uomo si convinse di aver assistito nientemeno che ad un brutto incubo. Quella stessa notte iniziò a piovere, e non smise per dieci giorni. L'uomo se l'era quasi dimenticata, la voce, finché la donna, dopo il silenzio che durava da allora, gli ribadì:
    Cosa hai fatto!? Ci hai condannato tutti!
    Le piante erano marcite e alcune delle pecore si erano ammalate. Nel piccolo orticello ogni cosa era morta, affogata. Fu allora, quando la disperazione cominciava a sgorgargli nel cuore, che accadde l'assurdo. Le gocce di pioggia si trasformarono in piccoli sassi. Non era grandine, l'uomo raccolse una pietra e la studiò a fondo. Era proprio un pezzo di roccia. La nuvola era diventata di un nero infernale e si era accatastata sopra il suo altopiano. Devastante fu la scena che si parò ai suoi occhi increduli. Egli vide, nel giro di una notte, crescere una montagna laddove un tempo fioriva e verdeggiava il suo alpeggio erboso e ricco. Una montagna dall'altezza simile alla già presente Pania si levò. E quando ebbe raggiunto la quota di millesettecento metri, il temporale cessò di colpo, rivelando un sole che così non si era mai visto.
    La montagna s'innalzava ricoprendo tutto l'altopiano, che adesso non esisteva più. Da quel giorno i temporali ripresero la loro normale andatura, e tutto, si può dire, tornò alla normalità. Non fosse che mai più alcuna goccia d'acqua toccò la nuova montagna e la zona circostante. Così che il pastore dovette spostarsi. In paese fu costretto a vendere quel che restava del gregge, e finì comunque col morire di stenti, dato che tutti lo guardavano storto e non volevano avere niente che fare con lui. Da allora la Pania Secca domina la vallata di Fornovolasco e del Piglionico, nella sua asprezza rocciosa, e chiude così la piccola ma importante catena delle Panie.

venerdì 29 giugno 2018

La leggenda del Re

Il monte Pisanino (1947m) visto dal Pizzo d'Uccello (1781m)
Al centro, come un'immensa radice, la costola Ovest sale dai verdi prati della Val Serenaia fino alla Bagola Bianca (antecima NO, 1809m). A sinistra la cresta Nord prosegue fino a La Forbice (antecima N, 1677m). A destra svettano il Pizzo maggiore e il Pizzo di mezzo, fra gli Zucchi di Cardeto.

La leggenda del Re

Nota dell'autore.
Anche se questa storia poggia le sue fondamenta sulla reale leggenda, per quanto una leggenda possa esser reale, è stata da me rivista e "romanzata" ed ogni riferimento a fatti, luoghi o persone reali è del tutto casuale.
A.M.



   Sfuriava la notte nella battaglia violenta e sanguinosa. La vita della madre era già stata presa dagli invasori, intenti a urlare e sputare, saccheggiare e distruggere, stuprare e uccidere.
   Nel caos, il padre era riuscito appena a tirar via il figlio, senza che li vedessero. Nessuno seppe mai perché proprio con la loro famiglia s'accanirono in quel modo, al punto da dar via quella caccia senza precedenti.
   Fuori, la luce scarlatta del fuoco dipingeva un crepuscolo artificiale sulla linea dell'orizzonte. La città era perduta. Pisa era in fiamme. Con la mano del figlio stretta nella sua, il padre si allontanò nell'oscurità.
   Marciarono per giorni, settimane. Attraverso le foreste più fitte e le montagne più elevate. L'inverno più rigido che si ricordi si avvicinava con furia, e i suoi venti freddi frustavano veementi le valli garfagnine. Perennemente braccato, il padre stava attento alle tracce seminate, le faceva sparire. Col latrato dei cani da pista che echeggiava incessante alle loro spalle. Faceva camminare il figlio finché ci riusciva, poi lo portava in braccio fino a quando anche a lui rimanevano forze in corpo. Mangiavano quello che trovavano e i pochi animali che l'uomo riusciva a cacciare. Il ragazzo si impegnava per aiutare il padre, dandogli il cambio quando aveva bisogno di qualche ora di sonno, o procurandosi dell'acqua dai torrenti.
   Ed era proprio lì, chino su quel tortuoso, piccolo rio, i piedi sprofondati nell'acqua gelida, le mani che immergevano la ghirba di cuoio. Le grida lo colsero di sorpresa, nel misterioso silenzio di quel mattino. Il sole era appena sorto e i raggi si libravano tremolanti tra le fronde spoglie dei castagni. Aveva lasciato suo padre nel bivacco improvvisato tra rami secchi e foglie imbrunite e seccate, si era addormentato da poco. Il sangue gli si gelò nelle vene quando le grida cessarono d'un tratto. E capì.
   Gli uomini si rigirarono, con le mani ancora sporche di sangue. La caccia era terminata, come se non sapessero dell'esistenza del figlio, o non gli interessasse. Li avevano inseguiti per mesi, e adesso che avevano trucidato anche il padre, se n'erano tornati indietro. Il ragazzo sentì letteralmente il peso del cosmo che lo schiacciava, mentre la solida roccia gli si sgretolava sotto ai piedi. Si sentiva soffocare, come se i polmoni non riuscissero a gonfiarsi dentro a quella minuta e compressa gabbia toracica. Non faceva un pasto decente da molto tempo, il panico s'impadronì del suo giovane corpo, provò a correre, ma non appena vide il cadavere l'urlo che voleva lanciare gli si ruppe in gola, finché, scosso da violenti convulsioni, perse i sensi.
   Fu dura. Fu molto dura per il ragazzo che dovette diventare uomo molto prima del previsto. Ripeteva ciò che aveva visto fare al padre per procurarsi il cibo, mentre, non sapendo dove andare, continuava a marciare verso Nord, come gli aveva insegnato. Perché l'istinto glielo ordinava. L'istinto di sopravvivenza. Ma il cibo scarseggiava, e nella loro disperata fuga si erano spinti troppo oltre, troppo lontano da altri villaggi o città. Smunto e scarno, indebolito e avvilito, alla fine il ragazzo si ammalò. Camminava e camminava. Per giorni e notti. Di tanto in tanto mangiando un frutto o, quand'era fortunato, uno scoiattolo. Allo stremo delle forze raggiunse una verde vallata. Al centro, da una piccola casa di sassi saliva una biancastra lingua di fumo, mentre mucche e pecore pascolavano tutto intorno. Di nuovo, quando il ragazzo bruciò le ultime energie nel tentativo di lanciare un grido, svenne, rovinando a terra.
   Il pastore lo raccolse il giorno seguente, quando il cane richiamò la sua attenzione abbaiando contro il corpo esanime.
   Mi chiamo Anna, e tu?
   La ragazza lo guardava negli occhi, evidentemente rincuorata dal suo risveglio. Il ragazzo non rispose. Il pastore lasciò che la figlia lo accudisse, vista la prossimità delle loro età. Lei gli parlava sempre, e lui rispondeva solo a monosillabi. Tutto quello che riuscì a estrapolargli fu la notizia che era fuggito da Pisa, mesi prima.
   Le settimane continuavano a passare, mentre ormai l'inverno era giunto al suo apice. La ragazza gli stava sempre vicino, prestandogli le migliori cure, ma lui non migliorava. Il suo corpo era stato troppo indebolito. Tra i due nacque quella cosa che poi è l'amore, ma erano entrambi troppo giovani per capirlo. Quel che era certo per Anna era che quella non poteva essere una semplice amicizia. Passava la maggior parte delle sue giornate insieme a lui, e quando non lo faceva, perché lui dormiva, o aveva la febbre troppo alta, lo pensava sempre. Il padre se n'era accorto, così come si era accorto delle condizioni del ragazzo, che andavano sempre peggiorando. E ci aveva provato, a prepararla. Ma lei non sentiva ragioni. Sarebbe guarito, senza se e senza ma. Perché lei ci teneva troppo, e non era possibile che, adesso che lo aveva trovato, avrebbe dovuto perderlo.
   Morì in una mattina di disgelo. I passerotti svolazzavano e saltellavano nelle pozzanghere, i loro canti permeavano l'aria densa dell'alba. Il pastore abbracciò stretta la figlia, e per nascondere la lacrima che gli brillava sotto l'occhio, torno spedito a governare le bestie.
   Lo seppellirò sulla Caranca.
   Era uno slargo della vallata, dove gli alberi avevano deciso di non crescere. La ragazza rimase come ingessata. Il volto paralizzato in un'espressione priva di anima.
   Quando fu finita, il pastore disse due parole mentre conficcava una rudimentale croce di legno nella terra smossa. Poi tornò verso casa.
   Non tardare, piccola mia.
   Non lo farò, papà.
   La ragazza rimase da sola. L'imbrunire cominciava ad avvolgerle le spalle.
   E così è qui che resterai per sempre, mio piccolo pisanino. Ed è qui che verrò sempre a ricordarti.
   E allora, finalmente, cominciò a piangere. E da allora ogni volta che tornava a trovarlo piangeva. Non gli diceva niente, piangeva e basta. Per ore e ore. Per giorni interi. Si accorse che le lacrime quando cadevano a terra si calcificavano, tramutandosi in piccoli sassi. E il mucchio di sassi aumentava, e si amalgamava, diventava roccia, marmo. E cresceva. E più cresceva e più lei piangeva. Inginocchiata sulla montagna che s'innalzava sotto le sue ginocchia.
   Oh, guarda, amore mio. Siamo più in alto di tutte le altre vette.
   Da quel giorno Anna smise di andare a piangere su quella vetta, che era divenuta alta abbastanza per commemorare il suo Pisanino. 1947 metri.